La pandemia ha fatto emergere le crisi del nostro tempo, prima di tutto di ordine politico, che si riflettono sul piano sanitario, sociale ed economico, fino a colpire le disabilità vecchie e nuove, le fasce più deboli e indifese dei cittadini italiani e delle loro famiglie.

L’evidenza, senza contraddizioni possibili, di un sistema politico economico che, a casa nostra, continua ad accentuare il divario tra ricchezza e povertà, rendendo in tutta la sua drammatica evidenza l’inefficacia e l’inefficienza che governano, a tutti i livelli, centrali e locali, l’intervento pubblico sulle disabilità, in tutte le forme in cui si manifestano.

L’aggravarsi della crisi economica ha allargato a dismisura la fascia della disabilità a persone che dapprima ne erano escluse, amplificando quella psicologica e coinvolgendo aree sempre più vaste di depressione, colpendo in maniera indifferenziata le famiglie di imprenditori, lavoratori, disoccupati, emarginati, anziani, giovani, fino agli adolescenti e ai bambini.

Tutto questo non ha fatto altro che porre in serie difficoltà le disabilità conclamate, per la evidente contrazione degli obblighi di assistenza, ma anche di recupero alla vita civile, come di contribuzione sufficiente al sostegno di tutte le forme di invalidità civile, comprendendo nell’insieme le famiglie delle persone non auto sufficienti.

Il risultato, infatti, è il continuo aumento delle persone e delle famiglie in difficoltà, fino allo stato di povertà assoluta, non più in grado di provvedere a se stesse, a cominciare da tre fabbisogni essenziali: l’assistenza sanitaria immediata e continua ai soggetti disabili e alle loro famiglie, senza il continuo ostacolo della burocrazia pubblica; il recupero alla possibile vita civile attiva e di lavoro delle forme di disabilità che lo permettono; il sostegno finanziario adeguato a una essenziale qualità della vita.

Uno Stato che si definisce tale non può ignorare le fasce più deboli del sistema o peggio non risolvere i problemi che attanagliano la Società civile e che quindi ci vedono tutti coinvolti seppure a diverso titolo”

M.E.D.A. si rifiuta di accettare supinamente le attuali condizioni di vita sociale cui uno Stato inefficiente,preda dei partiti tradizionali, non ha saputo porvi rimedio.

M.E.D.A. si impegna, quindi, a proseguire nella sua funzione sociale e civile di assistenza al disagio in tutte le sue forme, ma nel contempo, a promuovere un’azione politico programmatica continua, in sede nazionale, regionale e locale, non da sola, ma promuovendo una nuova forma di assoociazionismo politico tra le associazioni e i movimenti che operano in questo settore.

Tutti noi, volontari del Terzo settore e delle Organizzazioni di volontariato, dobbiamo avere la convinzione che solo dall’unione delle nostre forze possa dipendere il cambiamento sostanziale delle attuali condizioni di vita dei cittadini con disabilità e delle loro famiglie, privati di qualsiasi prospettiva di inclusione e di benessere, e che solo insieme con loro potremo agire come soggetti politici uniti dall’unico obiettivo possibile: la partecipazione democratica in forma associata alle elezioni pubbliche in tutte le sedi in cui si effettueranno, per garantire ai portatori di disagio sociale, in tutte le sue forme, un’unica voce che conduca ad una qualità di vita degna di essere vissuta, come soggetti della società civile dello Stato di diritto a Costituzione vigente.